“Samlor: un’icona della Thailandia destinata a scomparire” di Claudio Iacono

Bio:
Claudio Iacono, nato nel 1963, fotografo semiprofessionista la cui formazione come psicologo e psicoterapeuta si coniuga alla passione per la fotografia che vede al centro l’essere umano in tutte le sue sfaccettature. Dal reportage al ritratto, durante i suoi frequenti viaggi, l’attenzione è sempre verso i volti che incontra e le storie che si possono leggere nella luce degli sguardi.
Alcuni suoi scatti sono stati esposti presso la Galleria Focus a Chiang Mai, in Thailandia, un progetto dal titolo “Faces of Thailand”, nell’ambito del Festival della fotografia 2014.
Ha realizzato un progetto di ricerca in psicologia sociale in Repubblica Dominicana utilizzando la tecnica del “Photovoice”, lavorando con un gruppo di immigrati clandestini Haitiani in Repubblica Dominicana, per descrivere le condizioni di vita e le problematiche di questa minoranza, cercando in tal modo di “dar voce” a questo sommerso invisibile.
Ha coordinato, nell’ambito del Festival della Fotografia di Roma, la realizzazione di una mostra fotografica realizzata da utenti psichiatrici di un centro diurno della capitale.

I veicoli a pedali a tre ruote, utilizzati come mezzi di trasporto pubblico, sono comunissimi in tutti i Paesi del sud est asiatico. In Thailandia, durante un mio recente soggiorno, son venuto a conoscenza del fatto che le autorità hanno da tempo fermato le concessioni delle licenze per questi veicoli. L’ultima licenza è stata concessa, a quanto mi hanno riferito, ben 32 anni fa. Questo significa che i conducenti che ci sono ancora sulle strade della Thailandia, che pedalano cercando clienti, tra pochi anni, una volta invecchiati troppo o deceduti, saranno gli ultimi che vedremo. Anche i loro Samlor, i tricicli che gli danno da vivere, diventeranno pezzi da museo o rottami gettati in qualcuna delle tante discariche.
Ho pensato che dedicare un attimo di attenzione “fotografica” a questo piccolo fenomeno “culturale-antropologico” potesse servire nel mio piccolo a poter conservare una memoria di questi oggetti e queste persone.
Un piccolo particolare che mi ha fatto sorridere è che il personaggio “protagonista” del mio racconto lo avevo già incontrato un anno prima, una sera in un vicolo di Chiang Mai, in Thailandia e, avendo per caso la mia Nikon già impostata su valori ISO alti, “rubai” un ritratto al volo di quel viso già segnato dagli anni e dalla fatica. Con quel ritratto partecipai poi a un paio di mostre.
Mi ha fatto piacere rincontrarlo e trascorrere con lui un paio di giornate a farmi raccontare la sua vita, il suo lavoro, andando a trovarlo a casa sua con la sua famiglia al ritorno dalla sua giornata lavorativa.
Pur essendo stato davvero difficile, se non a volte impossibile, comunicare con lui, dal momento che non so una parola di thailandese, credo siamo riusciti in qualche modo, con un inglese fatto per lo più di mezze parole e gesti, a capirci e anche un po’ ad avvicinarci.
Gli scatti che propongo sono stati fatti a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, a Gennaio 2015 e ritraggono sia lui, il protagonista, che alcuni suoi colleghi e amici, tutti, ovviamente, con i loro Samlor in giro per le strade di Chiang Mai.

“Mi chiamo Manit. Ho 76 anni e sono nato a Chiang Mai, in Thailandia, dove ho sempre vissuto. Sono sposato e ho tre figli. Viviamo tutti assieme in una casa molto antica e molto modesta. Credo abbia più di 200 anni ed è fatta tutta di legno. Mia figlia lavora a casa, è un’artigiana e fa i piatti di rame decorati a mano per poi venderli al mercato. E’ la prima volta che un “farang” (in Thailandia “uomo bianco”) mi chiede se può fotografarmi e farmi qualche domanda sulla mia vita e il mio lavoro. Accetto volentieri e anche un po’ incuriosito. Cosa ci sarà di interessante in un povero vecchio che pedala tutto il giorno, mi chiedo. Provo a chiedergli qualche soldo in cambio, neanche pochi per me, più di una giornata di lavoro ma, si sa, tutti i farang sono ricchissimi, perché non approfittare. Scopro che il farang è interessato al mio lavoro: ho e conduco un Samlor che, tradotto alla lettera, significa “tre ruote”, in pratica un taxi a pedali che comprai qualche anno fa, di seconda mano, pagandolo circa 250 dei vostri euro. Un buon affare considerando che nuovo mi sarebbe costato quasi 500. Per la verità iniziai a fare questo lavoro quando avevo circa 37 anni. In quel tempo non avevo i soldi per comprarne uno tutto mio ma c’era un signore, uno ricco, che ce li affittava e al quale versavo ogni sera 5 baht. Inoltre pagavo ogni anno 2 baht di tasse allo stato. In quegli anni, qui a Chiang Mai, il Samlor era il principale mezzo per spostarsi, non c’erano le macchine o i tuk tuk e il traffico non esisteva. La città era molto piccola, quasi sconosciuta e ci si viveva molto tranquilli. Era tutto così diverso da oggi.
Il farang mi spiega che è affascinato dal mio Samlor perché è venuto a conoscenza del fatto che le licenze, i permessi che dà il Comune, per fare il mio lavoro sono state bloccate e quindi noi siamo gli ultimi che potranno fare questo lavoro. In effetti, gli dico che, per quanto ne so, l’ultimo permesso per condurre un Samlor risale a circa 32 anni fa. Questo significa che la mia professione è destinata a scomparire nell’arco di qualche anno. Siamo rimasti circa un centinaio qui a Chiang Mai a guidare i Samlor e siamo ormai tutti molto vecchi e malandati. La città si è ingrandita enormemente negli anni e il traffico è tremendo così come anche l’inquinamento. Pedalo tutto il giorno tra vecchi camion e miliardi di motorini che rendono l’aria irrespirabile. Qui la gente, tranne pochissimi, non ha i soldi per potersi permettere auto nuove ed ecologiche, la puzza di diesel e del gas bruciato dai mille tuk tuk a motore ti devasta i polmoni.
La mia giornata inizia alle sei del mattino. Dopo essermi lavato esco col mio Samlor e vado in centro, in quel rione della città che la sera è famoso perché ci fanno il Night Bazaar. Mi scelgo un posto un po’ tranquillo e aspetto che qualche turista mi chieda di accompagnarlo a fare un giro per il centro della città. Più della metà dei miei clienti è costituita, infatti, da stranieri che sono attratti da questo antico mezzo di locomozione tipico, tra l’altro, di tutti i Paesi asiatici. Forse perché è molto più lento dei moderni tuk tuk e conserva ancora un certo fascino, si possono fare le fotografie mentre passiamo tra le stradine della vecchia città e ci si può fermare per vedere i Templi. Riesco a guadagnare circa 200 baht al giorno, quasi 6 dei vostri euro. Se invece ho bisogno di più soldi allora devo andare vicino al mercato cinese dove lavorano anche altri miei amici con i loro Samlor. La strada è molto trafficata a tutte le ore, e la concorrenza dei tuk tuk e anche dei songthaew (le macchine rosse con le panche per i passeggeri) è parecchia ma lì, se sono fortunato, arrivo anche a 1000 baht. Il problema è che l’età ormai è quella che è e non riesco più a lavorare tutto il giorno e ho bisogno di fare delle lunghe soste tra un cliente e l’altro. Mi piace molto, nonostante tutto, questo lavoro. Mi sento innanzitutto ancora utile alla mia famiglia, contribuendo come posso alle spese, incontro tante persone ogni giorno, non parlo inglese ma mi piacerebbe così potrei parlare anche con i turisti che porto in giro.
Davvero, non posso smettere di lavorare anche se i miei figli vorrebbero perché dicono che ho una malattia che mi fa tremare le mani e, secondo loro, è pericoloso sforzarsi e stancarsi troppo. Ma se non lavoro che faccio tutto il giorno? E poi ho fatto solo un incidente in tutta la mia vita e nessuno si fece male.
Rientro a casa verso le 5 del pomeriggio e mi riposo passando qualche ora seduto in strada con dei vecchi amici, magari ci facciamo un goccio prima di andare a mangiare e poi a dormire, presto, perché alle sei del mattino sono già in strada col mio Samlor che pedalo.”

© Copyright Claudio Iacono
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