Mostre: Le Corbusier, il romanticismo del cemento a vista

1283209506-le-corbusier-working-cell-1(CS) Marsiglia, 13 ottobre 2013 – È in un hangar del porto di Marsiglia, il J1, proprio sulla darsena dove partono e arrivano i traghetti per la Grecia e l’Algeria, che è stata allestita la mostra «Le Corbusier e la questione del Brutalismo», uno degli ultimi atti di Marsiglia capitale della cultura 2013. Per Le Corbusier è una sorta di ritorno «a casa», nella città dove, proprio da qui, dal molo del J1, chissà quante volte l’architetto-urbanista si è imbarcato verso Atene o Algeri. «Le Corbusier non si è mai ufficialmente allineato con il brutalismo nè si è mai definito pittore purista», ha spiegato Jacques Sbriglio, lui stesso architetto e curatore della mostra. Sbriglio è anche uno dei maggiori esperti in Francia dell’opera di Le Corbusier. La corrente del Brutalismo è nata in Inghilterra nel 1953 per iniziativa di Peter Smithson ma prende spunto dal «beton brut», il cemento a vista, che caratterizza il lavoro di Le Corbusier. «Rispetto ai suoi colleghi anglosassoni o giapponesi, Le Corbusier appare tuttavia un brutalista romantico – spiega ancora Sbriglio – che non ha mai rinunciato all’idealismo e all’armonia delle forme pur nella volontà di conservare il razionalismo e la funzionalità dell’opera». In un certo senso Le Corbusier, osserva l’esperto, è stato inglobato suo malgrado nel movimento soprattutto per la celebre Unità di abitazioni di Marsiglia, la Citè Radieuse, città antropomorfica ideale che ristabilisce il dialogo tra l’uomo e il suo spazio vitale. La mostra si concentra sul periodo 1945-1965, gli anni della maturità dell’opera di Charles-Edouard Jeanneret, alias Le Corbusier (1887-1965), ed è realizzata in collaborazione con la Fondazione Le Corbusier di Parigi, che ha prestato gran parte delle circa 270 opere esposte. È stato privilegiato un percorso non cronologico. Le opere – pitture, sculture, arazzi, progetti urbanistici e plastici – dialogano dunque fra loro in un alternarsi di spazi aperti e semi aperti che, in un luogo magico e panoramico come il J1, si affacciano di volta in volta sul mare e sul porto o sulla città di Marsiglia. Una prima sezione risale alle origini del brutalismo in Le Corbusier, le cerca nei suoi viaggi a Algeri, dove lavorò per una decina di anni, nella sua passione per il Mediterraneo e la scoperta delle arti primitive. Sono esposti schizzi di progetti mai realizzati e il plastico di un grattacelo per Algeri ideato nel ’39, anch’esso mai realizzato, ma già emblematico. Si entra dunque nel vivo della mostra, si tracciano le corrispondenze tra scultura e pittura, si analizzano uno dopo l’altro i criteri «chiave» dell’opera di Le Corbusier: volume, superficie, piani, materia, colore. Si ritrovano progetti ormai senza tempo, come la cappella Notre-Dame du Haut a Ronchamp, e il maestoso progetto della città di Chandigarth, in India. Ci sono opere meno note come gli arazzi e le sculture concepite con l’ebanista Jacques Savina, incaricato di realizzare materialmente le sue pitture. Bella la galleria dei grandi dipinti che ricordano Picasso e l’incursione intima con il modellino del capanno di Roquebrune-Cap-Martin, il buen retiro della Costa Azzurra, dove Le Corbusier morì a 77 anni.

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